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Me(ie)ntal trip

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11-12 Aprile

Incipit

Il progetto di questo giro era stato siglato già la scorsa settimana, a cena, prima di metterci in viaggio per la Val Bedretto. Un fitto scambio di comunicazioni, con ogni sorta di mezzo a nostra disposizione, si è reso comunque necessario per ottenere un minimo di organizzazione e contarci. Per minima organizzazione intendo scelta della valle e poco più. Sabato all’appuntamento in frontiera sono presenti Fabio, Luca, Angelo e Livio. Con noi, oltre alla solita mercanzia utile a scivolare, abbiamo sacchi a pelo e materiale di sopravvivenza per diversi giorni, visto l’alone di incertezza che avvolge questo finesettimana pasquale. Per dormire, fedelissimi alla linea avventurosa, non abbiamo infatti prenotato nulla. E proprio la ricerca di un tetto riserverà nel seguito avvincenti sorprese.

Sbucati dall’altro lato delle Alpi ci siamo lasciati alle spalle la pioggia, ma non troviamo purtroppo l’estate. Abbandoniamo il nastro dell’autostrada e risaliamo in breve la strada del Sustenpass fin dove un muro di neve segna inequivocabilmente la fine del tratto transitabile. L’umore dei partecipanti, al momento di mettersi in marcia, varia tra il pessimismo più nero e l’imperturbabile allegria, con tutte le sfumature del caso.

Destinazione Grassen.

I 5 km di strada innevata che ci tocca percorrere non sono propriamente piacevoli e nemmeno pochi. La salita vera e propria inizia con una ripida traccia che ci porta all’edificio in pietra della Sustlihütte. Il tempo non è molto bello, si sta alzando il vento e nubi grigie si ammassano compatte contro i fianchi dirupati della valle. Breve consultazione e con un traverso discendente ci portiamo nel fondo di un bacino glaciale, puntando ora alla cima dell’Uratstock. Il ghiacciaio è ripido e ciò ci permette di guadagnare quota finalmente in modo veloce. Raggiunto il colle del Grassen, alla sommità del ghiacciaio, possiamo solo concederci un fugace sguardo verso la mole del Titlis col suo estetico pilastro sud-est e sul sottostante Wendengletscher. Un vento gelido e rabbioso ci sputa indietro da dove siamo arrivati. Alpinismo e fastidio! Espressione con la quale sono solito definire ogni situazione rognosa in montagna. In fretta e furia ci prepariamo per la discesa. Per fortuna dopo una decina di curve tutto torna entro livelli accettabili e la discesa si rivelerà assolutamente piacevole. Il rientro sulla lunga strada, martoriata dalle valanghe, mette fine alle fatiche.

Wassen.

Riposti gli attrezzi caliamo sul paese di Wassen in cerca di cibo. La dura realtà non tarda a manifestarsi. Questi paesi, così pittoreschi se visti dall’auto, con la chiesa sul poggio erboso, la banca, l’hotel e la pompa di benzina, sono di una desolazione disarmante. Dopo una sommaria esplorazione del paese rimontiamo in auto guidando sulla cantonale in direzione nord, ma un’interruzione stradale affossa definitivamente le nostre ambizioni culinarie. E’ a questo punto che un’illuminazione folgorante ci porta a valicare nuovamente le Alpi per ritornare, sulle orme di domenica scorsa, ad assumere una nuova overdose di colesterolo.
Tornati al nostro paese deserto, ci mettiamo alla ricerca di un posto per dormire. L’idea di una notte all’addiaccio è stata scartata per non saper come ingannare il tempo sino al tramonto. In paese ci sono più alberghi che abitanti; presumibilmente nella bella stagione ci sarà una buona presenza di turisti.
L’ostello è chiuso. Facciamo visita ad un appartamento per vacanze, ma sembra deserto; accanto alla porta spiccano però una voliera enorme con due soli piccoli pennuti all’interno e una macabra campana del vento i cui battacchi sono realizzati con ossa.

Facciamo un tentativo in un albergo dall’aria un po’ dimessa. Dal citofono esce solo un’esclamazione in un idioma incomprensibile, ma che dal tono è senza ombra di dubbio un’imprecazione a noi rivolta.
Sghignazzando per l’accaduto approdiamo in un altro albergo. Attraverso le finestre notiamo del movimento, così si decide di fare un tentativo. Oltre la porta non c’è la classica reception di un hotel; mentre noi entriamo titubanti, una ragazza a dir poco ambigua esce rapidamente dall’edificio. Dobbiamo aprire un’altra porta che si affaccia lateralmente sul corridoio con il pavimento di moquette. Entriamo così nel bar dell’albergo. Fà caldo e l’aria è satura di fumo. Ci viene incontro un personaggio robusto e panciuto, viso dai lineamenti spigolosi e barba di qualche giorno. Nell’angolo in fondo alla sala altre persone stanno fumando e giocando a carte. Ci mettiamo poco a realizzare che deve sicuramente trattarsi dell’hotel dei russi di cui Angelo ci ha parlato. Dobbiamo spiegare al russo cosa vogliamo, ma non è semplice trovare una lingua comune per capirsi. La scena è surreale: ci troviamo nel bar di un’hotel, in un piccolo cantone di lingua tedesca, a parlare con un russo in un incerto spagnolo. Il russo alla fine ci fa accomodare su due divani di pelle nera. Alcuni particolari colpiscono la nostra attenzione e le conseguenti congetture non fanno che accrescere il senso di disagio.

Dopo il nostro ingresso, il solito russo ha chiuso accuaratamente la porta. La ragazza incontrata all’ingresso aveva tutta l’aria di essere dedita all’antico mestiere. I tizi che giocano a carte e fumano sono loschi che di più non si potrebbe. I vani delle finestre sono illuminati da neon rossi e oggetti di dubbio gusto completano l’arredamento.

Di sicuro sono tutti affiliati alla mafia russa. Lo scenario più plausibile sembra essere quello in cui l’albergo è un avamposto per i loro illeciti traffici dalla madre patria verso il sud europa. Le due ragazze presenti completano invece l’offerta rivolta al cliente.

Non senza qualche timore, ci leviamo da questa situazione adducendo all’ambigua cameriera una scusa palesemente infondata.

Riprendiamo la ricerca facendo visita all’ultimo albergo rimasto.Questo fa al caso nostro. La proprietaria parla solo schweizerdeutsch e ciò ci rassicura. Quanto al gusto degli interni non siamo messi molto meglio. Il fiore all’occhiello sono sicuramente le lampade a muro, in acciaio lucidato e foggiato a testa di toro con anello al naso, simbolo del canton Uri. Il dettaglio più trash è sicuramente rappresentato dagli occhi del cornuto, realizzati con due piccole lampade rosse. In compenso le camere sono belle e confortevoli e per testare i letti ci assopiamo nel tardo pomeriggio svegliandoci solo alle nove di sera. Ci ritroviamo nella sala per un boccone e una birra, col timore delle rappresaglie della mala russa. Vista la lieve entità del torto da loro sùbito, ci aspettiamo solo qualche raffica di kalashnikov rivolta all’indirizzo delle nostre auto; poca cosa insomma.

Destinazione Zwachten. O Gross Spannort?

La notte trascorre tranquilla e al mattino, di buon’ora, percorriamo gli stessi tornanti del giorno prima. Questa volta però scegliamo una zona che ci risparmi la lunga strada innevata. Ci inoltriamo in un largo vallone, ingombro di valanghe, in direzione della Sewenhütte. Il tempo purtoppo risente ancora della vicinanza della cresta di confine. Nubi dispettose e irriverenti la scavalcano da Sud verso Nord incuranti dei gradienti barici, come bambini fuori controllo durante la ricreazione nel giardino della scuola. Si sale, piuttosto velocemente, superando stretti canali, ampi ripiani e ripidi pendii. Avvicinandoci alla testata della valle, in marcia verso lo Spannort, l’ambiente muta velocemente sino ad assumere fattezze tipicamente dolomitiche. Il sipario roccioso che ci sovrasta è solcato da profondi camini ed evidenti pilastri di roccia grigia e gialla.

Al colle si ripresenta il solito vento arrabbiato a prendersi gioco dei nostri programmi; la parte di interesse sciistico ormai è stata salita, tanto vale lasciar perdere quei pochi metri che ci separano dalla vetta e lanciarci lungo l’invitante discesa. La sciata sarà appunto di grande soddisfazione, su pendii sempre molto ripidi e con alcune varianti gustose.

Ipercolesterolemia.

Tornando a valle diamo un passaggio ad una coppia di scialpinisti della svizzera settentrionale. Sono simpatici, chiacchierando un po’ con loro scopro la ragione della dimensione dei loro sacchi. Sono partiti in treno da casa facendo una traversata di tre giorni. Ora, sempre in treno, cambieranno valle per un’altra gita. Esprimo loro riconoscimento e stima per il bello stile con cui viaggiano e fanno alpinismo, mentre dentro di me il contagio è già avvenuto e con la mente frugo tra i miei progetti di scalate e viaggi, rivisitandoli in quest’ottica.

Come potrete immaginare, per il pranzo-merenda ci rechiamo al solito posto, quello di ieri e di domenica scorsa, sempre lui. Ormai la proprietaria ci conosce. Si informa sulla nostra attività scialpinistica e ci procura un tavolo nonostante il pienone pasquale.

Placata la fame resta da compiere il viaggio di rientro, accompagnato da discussioni interessanti e progetti avvincenti.

Il sole si è fatto un po’ desiderare. Mi dispiace per i miei soci che non hanno potuto godere appieno della selvaggia bellezza della valle. Personalmente mi sono divertito molto, è stata una bella esperienza e abbiamo fatto delle belle sciate. La prossima volta ci sarà il sole, speriamo che nessuno se ne lamenti!

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Written by claus

13 aprile 2009 a 8:14 pm

Pubblicato su scivola

8 Risposte

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  1. mah, mi sa che gli orobici hanno sentito le sirene delle walchirie, altro che bivacchi invernali :)
    ciao
    m

    cimaxi

    14 aprile 2009 at 1:41 pm

  2. questi vostri weekend scialpinistici mi piacciono sempre più!

    simo

    14 aprile 2009 at 1:42 pm

  3. eheh…le walkirie ci potevano stare…ma fra gangster e alpinisti non corre buon sangue :)

    @simo per il prossimo giro ti faccio sapere i programmi. se ti interessa e vuoi venire a me fa piacere. tra l’altro è un bel po’ che devo organizzare qualcosa col Riki

    claus

    14 aprile 2009 at 4:31 pm

  4. bel giro, ma soprattutto racconto veramente avvincente!

    fraclimb

    14 aprile 2009 at 4:54 pm

  5. ok!!

    simo

    15 aprile 2009 at 3:51 pm

  6. @Fra
    Grazie!
    cmq ste russe erano meglio delle olandesi che sai :)

    @Simon
    Allora a presto!

    claus

    15 aprile 2009 at 4:14 pm

  7. Mighty useful. Make no mistake, I apecirpate it.

    Jerry

    9 maggio 2017 at 5:32 pm

  8. You’ve impressed us all with that posting!


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