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Due giorni valtellinesi

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25-26 Aprile

Con venerdì si è chiusa una settimana piuttosto impegnativa e densa di novità. Il lavoro va bene, per iniziare non poteva andarmi meglio. Sono proprio in centro città e questo mi piace. In pausa pranzo posso andare a piedi nei miei posti preferiti: Ticinese, Navigli, Piazza dei Mercanti, Sant’Ambrogio. Tutte le mattine mi guardo le colonne di San Lorenzo dal finestrino dell’autobus traguardando oltre l’arco della vecchia Porta Ticinese. Poi è finalmente attivo il servizio di bike-sharing che, oltre ad avvicinare almeno di un passo Milano alle altre metropoli europee, mi offre la possibilità, una volta sceso dal treno, di montare in sella e andare al lavoro in bici.

Mi ritrovo a preparare lo zaino come un automa: piccozza, ramponi, barrette e il resto delle solite cose. Non sono molto entusiasta, sono stanco, mi devo svegliare alle 4.00 e non ne ho voglia; vorrei qualcosa di più spensierato e godibile e non un ambiente glaciale severo. Prima di infilarmi nel letto chiamo la Giò che, insieme a Fabio, mi propone un programma decisamente più in sintonia con il mio stato. Mi addormento rilassato dopo aver posticipato la sveglia e alleggerito lo zaino del materiale superfluo.

Sabato mattina. Si decide per il Monte Confinale. Nel viaggio in auto chiacchieriamo e studiamo mille linee immaginarie di salite e discese. Prima di calzare gli sci dobbiamo camminare un poco, ma è una camminata piacevole. Il cielo è blu, l’aria frizzante; è bello camminare sull’erba che lentamente si rialza, dopo aver dormito per tutto l’inverno sotto una spessa coperta di neve. Le sfumature di stagione non finiranno mai di stupirmi ed emozionarmi.

Non mi sento in forma smagliante, salgo piuttosto lentamente. I miei compagni sono una più stanca di me, l’altro paziente e senza fretta. Il risultato è che procediamo tranquilli e compatti. Nonostante l’aria fresca, il sole picchia duro e la corona di cime innevate ci bombarda di radiazione riflessa, come fossimo dentro un enorme specchio parabolico. La magnifica vista delle cime che affollano la valle, dal Cevedale al Tresero, offre una buona distrazione mentale dalla sensazione di pollo arrosto.

Al colle, a circa 3.200m e mezz’ora dalla sommità, deciadiamo di spellare e scendere. Scivoliamo a valle veloci e divertiti. La neve è bella e per nulla scaldata, con una spolverata fresca sopra il fondo compatto. Facciamo correre i nostri attrezzi fino alla fine dell’ultima sottile e stretta lingua neve, che resiste ancora tra i crochi e l’erba.

Dopo uno spuntino e la spesa per la cena della sera, ci ritiriamo a casa per un pomeriggio relax. Seduti sul divano, con una bottiglia di birra buona in mano e un bel disco che gira, viviamo la nostra mezz’ora di gloria godereccia e anti-eroica.  Per la cena e il dopo-cena converge il resto dei personaggi dai quattro angoli delle Retiche e non solo. Luca e Claudio dal Bernina, Mauro lo chef pignolo, Volpe il ciclo-regista, Marzia , Federico e un Leo notturno.

La mattina seguente siamo alla mercè dei capricci del cielo. E’ grigio ma per fortuna non piove. Usciamo per due tiri alla falesia di Chiuro e una camminata. Il posto, dato anche il tempo, è un po’ tetro, ma abbiamo comunque modo di divertirci.

L’arrampicata impegna a fondo tanto quanto il pranzo. Doppia porzione abbondante di pizzoccheri, doppio giro di sciatt e vino rosso. Il pomeriggio, dopo un pranzo così, non può che essere piacevolemte pigro e ozioso.

Rientro guidando sotto la pioggia battente, negli occhi le immagini di due bei giorni e, scritti con carta e penna a siglarne l’ufficialità, tanti nuovi e golosi progetti per i prossimi mesi, dal Sass Maor al Gran Paradiso passando per il Salbitschijen.

S.S. 38 Tresero Monte Confinale Monte Confinale Monte Confinale
Leo concorso faccia da culo :) Giò Falesia di Chiuro

Written by claus

28 aprile 2009 at 11:58 am

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veraprimavera in Val di Mello

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22 Aprile

Questa primavera non porta solo le foglie nuove, le rondini e le farfalle. Lunedì ho finalmente chiuso un altro capitolo della mia vita, quello dell’università. Tutto è andato nel migliore dei modi e ne sono soddisfatto. Non ero particolarmente teso, anzi, lo ero molto molto poco. Ho concluso il lavoro di tesi con un buon anticipo e ormai da diverse settimane avevo riportato la manetta del gas su règimi di lavoro più rilassati, godendomi tante belle giornate in giro per nevi e rocce.

Quando finisce qualcosa,qualsiasi cosa, sono solito prendere un grosso sacco, riempirlo di tutto quello che non mi servirà più e liberarmene, gettandolo impietosamente fra i rifiuti. Di norma non mi piace conservare ricordi e feticci, lascio che sia la mia memoria a scegliere autonomamente cosa deve essere dimenticato e cosa deve rimanere indelebile. Così, nel primo giorno post-laurea, ho fatto l’aspirante netturbino. Vista l’importanza dell’evento, un regalino me lo devo pur fare. Così, quando faccio ritorno a casa, ho con me un nuovo sacchetto portamegnesio, il terzo della mia collezione. E’ di un colore imbarazzante, a pois su fondo bianco panna; un’autentica botta di colore.  In realtà cercavo altro, ma non l’ho trovato e così ho ripiegato sul sacchetto e un rotolo di nastro da fessura ( Valle dell’Orco arrivo!)

Non sopporto quelle stupide feste di laurea accompagnate da cocktail iper-alcolici e idioti d’ogni sorta. Ma visto che sono felice, oggi devo festeggiare. Alla mia maniera ovviamente. E cosa c’è di meglio di una splendida giornata primaverile in Val Màsino? Solo una cosa: una splendida giornata primaverile di arrampicata in Val Màsino!

Attendo che la Isa mi raggiunga dopo aver accompagnato la sua pargola a scuola e poi saliamo assieme in valle. Con me ho un corposo mazzo di protezioni, dal micro all’off-width, si sa mai che ci si inventi qualche fuori programma. Ci fermiamo al Sasso Remenno. Sole, cielo terso, temperatura gradevole e ancora tanta neve in giro. Azzardiamo un programma interessante: qualche tiro qui e poi più tardi andiamo a fare il Risveglio di Kundalini. Mi accorgo però di aver dimenticato la frontale, che si renderebbe necessaria nel caso in cui le ultime lunghezze fossero grondanti d’acqua, con conseguente lungo e complesso rientro in doppia. Fa niente, evitiamo di cercare rogne, torneremo per Kundalini. Oggi rimaniamo al sasso per una giornata di roccia atomica e sole.

Maciniamo dei bei tiri e ci scappa anche la via soddisfazione. Un bel muro di 6b, 30m netti e continui di movimenti delicati. Riesce la salita a-vista ad entrambi. Poca cosa per i fortissimi ed effimera gioia per i non rampicanti, ma io sono davvero contento. Dopo un lungo periodo sottotono, è la prima volta che scalo pulito e rilassato su queste difficoltà. Il  bello è l’insieme fatto di impegno, incoraggiamenti reciproci, mani agitate verso il basso per riposare gli avambracci. E poi alla base, con i piedi nudi nell’erba, a commentare la via. Ancora due tiri defaticanti e poi infiliamo il materiale negli zaini.

Con una giornata così non si può tornare a casa senza aver fatto almeno una passeggiata nella Valle, quella di Mello ovviamente! E’ la prima volta che ci capito in questo periodo, proprio mentre l’inverno passa il testimone alla primavera, con i pascoli di un verde brillante e solo qualche melat in giro. L’unico ingrediente mancante è un po’ di sano spavento mellico, il solo che può schiaffeggiarti vigorosamente il viso, abbassarti la cresta, farti passare la vena romantica e sbatterti in faccia la sola granitica realtà. Quella dell’ultima protezione sempre troppo lontana o troppo precaria, della placca che se non è liscia è verticale, della fessura che sembra buona, ma che poi se non è svasa è cieca.

Insomma, ho fatto il pieno di energie. Domani è un nuovo giorno. Per la cronaca domani mi avvierò ufficialmente verso il mio mestiere di progettista. Presa la laurea, trascorsa una bella giornata in montagna, da domani si inizia una nuova avventura. Non pensate cose strane, nonostante inizierò a lavorare a due giorni dalla fine dell’università, ho un programma ben preciso in testa: 4 giorni pieni di lavoro intensivo e 3 giorni in giro, magari nei 4 di lavoro ci può anche stare una falesia dopolavoro o un po’ di sala boulder. Se dev’essere libera professione, che libera sia. Oltre agli svantaggi io pretendo tutti i vantaggi.

Written by claus

22 aprile 2009 at 8:01 pm

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Hai un titolo da suggerirmi?

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18-19 Aprile 2009

Perchè stare da solo al mio tavolo, a sistemare la presentazione della tesi di laurea , quando potrei farlo, più o meno agevolmente, mentre guido verso un nuovo attraente finesettimana?

La domanda non è retorica, ma senza troppo sforzo potete immaginarne la risposta.

La Giò, oltre ad avermi invitato per cena, mi ha prenotato una seduta intensiva alla Sirta. Mi fermo quindi qui per la prima piacevole tappa del week-end. In un paio di tiri sono riuscito a fulminare entrambi gli avambracci. Gli usi locali prevedono infatti l’uso di corde rigorosamente da 80 metri e il concatenamento di due tiri alla volta. In altre parole monotiri da 40 metri. Fatte in questo stile due vie cult della falesia, posso passare al livello successivo completando il viaggio.

Qualcuno oggi ha sciato, qualcuno ha scalato, pedalato, qualcun’altro ancora ha avuto un diverbio con una valanga per una questione di precedenze. Ci ritroviamo in otto attorno al tavolo per la cena, l’atmosfera è calda ed accogliente, è semplicemente bello, si sta bene.La serata proseguirà altrettanto piacevole e alla fine si farà notte come al solito. Prima di addormentarmi faccio un ultimo controllo del lavoro svolto durante il viaggio, pare tutto a posto, posso dormire.

Alla mattina, di buon’ora, ci mettiamo in viaggio verso lo Julierpass; ancora una volta a guidarci sarà l’improvvisazione. Al Bernina l’atmosfera non è invitante, ma più in giù, verso la nostra meta, s’intravvede già il sole. Abbandoniamo le auto e ci incamminiamo seguendo l’intuito. Il tempo non è male e il sole non manca di farci visita e scaldarci. La nostra salita si arresta su una panoramica cima che scopriremo, una volta a valle, chiamarsi Piz da las Colounnas. Bizzarra la toponomastica rumantsch, no?

La discesa ci regalerà qualche tratto divertente e un bel po’ di crosta traditrice. Poco male, noi ne siamo ugualmente soddisfatti. Facendo due o tre volte le scale di casa poi, possiamo ritenere di aver superato il quorum dei fatidici 800m di dislivello.

Il solito spuntino e poi il rientro. Oggi per variare abbandono il Maloja e, per chiudere il trittico, dopo Bernina e Julier scelgo il San Bernardino.  La lunga discesa fino a Thusis la farò in comapagnia di due ragazze di Lucerna che ho incontrato al passo. Da qui proseguirò da solo nella mia rotta verso Sud.

Sarei portato a concludere anche questo racconto dicendovi, ancora una volta, che sono stati due ottimi giorni. Però diventerei ripetitivo. Da  qualche mese ormai mi diverto qualcosiasi cosa faccia, che ci sia il sole o la pioggia, senza bisogno di troppi programmi, di prestazioni eclatanti e cime o pareti altisonanti; facendo semplicemente ciò che mi piace. Mi diverto e sto bene e basta. Non so se sono cambiato io, se è cambiato ciò che mi sta attorno. Tante persone mi circondano e di ognuna voglio coglierne l’energia positiva e il sorriso per dispensarne a mia volta.

Piz da las Coluonnas Piz da las Coluonnas

Written by claus

19 aprile 2009 at 7:59 pm

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Erna, placca delle sorprese

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Lunedì 13 Aprile

Dopo i due giorni trascorsi in Svizzera, per il lunedì di Pasqua ho voglia di una classica giornata in falesia, di sole, caldo e bella roccia. Andiamo a far visita alla falesia di Erna, uno splendido scudo verticale e compatto di calcare grigio, alle pendici del Resegone, affacciato sulla città di Lecco. Sembra una piccola fetta di Ceuse, in Francia, altro posto che visiterò non appena la stagione sarà adatta. Arrampicare fra piccole tacche, buchetti e qualche lama, sempre sul verticale, non è facile, ma molto stimolante. E’ la classica arrampicata in placca verticale, che sa regalare soddisfazione: movimenti complessi, delicatezza, dita arcuate e precisione nei piedi. Non si combina nulla di eccezionale, ma sono contento.
Prima di rientrare faccio un tentativo su un tiro unico in zona: due enormi e alte canne che aggettano da un muro liscio e verticale per più di mezzo metro. Per salire bisogna contorcersi, strisciare e incastrarsi precariamente al loro interno. Nonostante gli incoraggiamenti dell’arrampicatrice svizzera devo desistere, dopo essere scivolato per tre volte e dopo che una dispettosa nuvoletta ha deciso di pisciarci in testa. Nel cuore dei luoghi del manzoniano romanzo, questo tiro non s’ha da fare (oggi). Alla terza caduta ho anche pensato che non mi farebbe una buona pubblicità presentarmi all’esame di laurea con le stampelle, i segni della lotta sulle mani, l’abbronzatura da Bay Watch e un sorriso strafottente.
In compenso ho trovato, nell’arrampicatrice urana conosciuta in falesia, un buon personaggio per chiudere il racconto della gita in Meiental.

Written by claus

14 aprile 2009 at 4:08 pm

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Me(ie)ntal trip

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11-12 Aprile

Incipit

Il progetto di questo giro era stato siglato già la scorsa settimana, a cena, prima di metterci in viaggio per la Val Bedretto. Un fitto scambio di comunicazioni, con ogni sorta di mezzo a nostra disposizione, si è reso comunque necessario per ottenere un minimo di organizzazione e contarci. Per minima organizzazione intendo scelta della valle e poco più. Sabato all’appuntamento in frontiera sono presenti Fabio, Luca, Angelo e Livio. Con noi, oltre alla solita mercanzia utile a scivolare, abbiamo sacchi a pelo e materiale di sopravvivenza per diversi giorni, visto l’alone di incertezza che avvolge questo finesettimana pasquale. Per dormire, fedelissimi alla linea avventurosa, non abbiamo infatti prenotato nulla. E proprio la ricerca di un tetto riserverà nel seguito avvincenti sorprese.

Sbucati dall’altro lato delle Alpi ci siamo lasciati alle spalle la pioggia, ma non troviamo purtroppo l’estate. Abbandoniamo il nastro dell’autostrada e risaliamo in breve la strada del Sustenpass fin dove un muro di neve segna inequivocabilmente la fine del tratto transitabile. L’umore dei partecipanti, al momento di mettersi in marcia, varia tra il pessimismo più nero e l’imperturbabile allegria, con tutte le sfumature del caso.

Destinazione Grassen.

I 5 km di strada innevata che ci tocca percorrere non sono propriamente piacevoli e nemmeno pochi. La salita vera e propria inizia con una ripida traccia che ci porta all’edificio in pietra della Sustlihütte. Il tempo non è molto bello, si sta alzando il vento e nubi grigie si ammassano compatte contro i fianchi dirupati della valle. Breve consultazione e con un traverso discendente ci portiamo nel fondo di un bacino glaciale, puntando ora alla cima dell’Uratstock. Il ghiacciaio è ripido e ciò ci permette di guadagnare quota finalmente in modo veloce. Raggiunto il colle del Grassen, alla sommità del ghiacciaio, possiamo solo concederci un fugace sguardo verso la mole del Titlis col suo estetico pilastro sud-est e sul sottostante Wendengletscher. Un vento gelido e rabbioso ci sputa indietro da dove siamo arrivati. Alpinismo e fastidio! Espressione con la quale sono solito definire ogni situazione rognosa in montagna. In fretta e furia ci prepariamo per la discesa. Per fortuna dopo una decina di curve tutto torna entro livelli accettabili e la discesa si rivelerà assolutamente piacevole. Il rientro sulla lunga strada, martoriata dalle valanghe, mette fine alle fatiche.

Wassen.

Riposti gli attrezzi caliamo sul paese di Wassen in cerca di cibo. La dura realtà non tarda a manifestarsi. Questi paesi, così pittoreschi se visti dall’auto, con la chiesa sul poggio erboso, la banca, l’hotel e la pompa di benzina, sono di una desolazione disarmante. Dopo una sommaria esplorazione del paese rimontiamo in auto guidando sulla cantonale in direzione nord, ma un’interruzione stradale affossa definitivamente le nostre ambizioni culinarie. E’ a questo punto che un’illuminazione folgorante ci porta a valicare nuovamente le Alpi per ritornare, sulle orme di domenica scorsa, ad assumere una nuova overdose di colesterolo.
Tornati al nostro paese deserto, ci mettiamo alla ricerca di un posto per dormire. L’idea di una notte all’addiaccio è stata scartata per non saper come ingannare il tempo sino al tramonto. In paese ci sono più alberghi che abitanti; presumibilmente nella bella stagione ci sarà una buona presenza di turisti.
L’ostello è chiuso. Facciamo visita ad un appartamento per vacanze, ma sembra deserto; accanto alla porta spiccano però una voliera enorme con due soli piccoli pennuti all’interno e una macabra campana del vento i cui battacchi sono realizzati con ossa.

Facciamo un tentativo in un albergo dall’aria un po’ dimessa. Dal citofono esce solo un’esclamazione in un idioma incomprensibile, ma che dal tono è senza ombra di dubbio un’imprecazione a noi rivolta.
Sghignazzando per l’accaduto approdiamo in un altro albergo. Attraverso le finestre notiamo del movimento, così si decide di fare un tentativo. Oltre la porta non c’è la classica reception di un hotel; mentre noi entriamo titubanti, una ragazza a dir poco ambigua esce rapidamente dall’edificio. Dobbiamo aprire un’altra porta che si affaccia lateralmente sul corridoio con il pavimento di moquette. Entriamo così nel bar dell’albergo. Fà caldo e l’aria è satura di fumo. Ci viene incontro un personaggio robusto e panciuto, viso dai lineamenti spigolosi e barba di qualche giorno. Nell’angolo in fondo alla sala altre persone stanno fumando e giocando a carte. Ci mettiamo poco a realizzare che deve sicuramente trattarsi dell’hotel dei russi di cui Angelo ci ha parlato. Dobbiamo spiegare al russo cosa vogliamo, ma non è semplice trovare una lingua comune per capirsi. La scena è surreale: ci troviamo nel bar di un’hotel, in un piccolo cantone di lingua tedesca, a parlare con un russo in un incerto spagnolo. Il russo alla fine ci fa accomodare su due divani di pelle nera. Alcuni particolari colpiscono la nostra attenzione e le conseguenti congetture non fanno che accrescere il senso di disagio.

Dopo il nostro ingresso, il solito russo ha chiuso accuaratamente la porta. La ragazza incontrata all’ingresso aveva tutta l’aria di essere dedita all’antico mestiere. I tizi che giocano a carte e fumano sono loschi che di più non si potrebbe. I vani delle finestre sono illuminati da neon rossi e oggetti di dubbio gusto completano l’arredamento.

Di sicuro sono tutti affiliati alla mafia russa. Lo scenario più plausibile sembra essere quello in cui l’albergo è un avamposto per i loro illeciti traffici dalla madre patria verso il sud europa. Le due ragazze presenti completano invece l’offerta rivolta al cliente.

Non senza qualche timore, ci leviamo da questa situazione adducendo all’ambigua cameriera una scusa palesemente infondata.

Riprendiamo la ricerca facendo visita all’ultimo albergo rimasto.Questo fa al caso nostro. La proprietaria parla solo schweizerdeutsch e ciò ci rassicura. Quanto al gusto degli interni non siamo messi molto meglio. Il fiore all’occhiello sono sicuramente le lampade a muro, in acciaio lucidato e foggiato a testa di toro con anello al naso, simbolo del canton Uri. Il dettaglio più trash è sicuramente rappresentato dagli occhi del cornuto, realizzati con due piccole lampade rosse. In compenso le camere sono belle e confortevoli e per testare i letti ci assopiamo nel tardo pomeriggio svegliandoci solo alle nove di sera. Ci ritroviamo nella sala per un boccone e una birra, col timore delle rappresaglie della mala russa. Vista la lieve entità del torto da loro sùbito, ci aspettiamo solo qualche raffica di kalashnikov rivolta all’indirizzo delle nostre auto; poca cosa insomma.

Destinazione Zwachten. O Gross Spannort?

La notte trascorre tranquilla e al mattino, di buon’ora, percorriamo gli stessi tornanti del giorno prima. Questa volta però scegliamo una zona che ci risparmi la lunga strada innevata. Ci inoltriamo in un largo vallone, ingombro di valanghe, in direzione della Sewenhütte. Il tempo purtoppo risente ancora della vicinanza della cresta di confine. Nubi dispettose e irriverenti la scavalcano da Sud verso Nord incuranti dei gradienti barici, come bambini fuori controllo durante la ricreazione nel giardino della scuola. Si sale, piuttosto velocemente, superando stretti canali, ampi ripiani e ripidi pendii. Avvicinandoci alla testata della valle, in marcia verso lo Spannort, l’ambiente muta velocemente sino ad assumere fattezze tipicamente dolomitiche. Il sipario roccioso che ci sovrasta è solcato da profondi camini ed evidenti pilastri di roccia grigia e gialla.

Al colle si ripresenta il solito vento arrabbiato a prendersi gioco dei nostri programmi; la parte di interesse sciistico ormai è stata salita, tanto vale lasciar perdere quei pochi metri che ci separano dalla vetta e lanciarci lungo l’invitante discesa. La sciata sarà appunto di grande soddisfazione, su pendii sempre molto ripidi e con alcune varianti gustose.

Ipercolesterolemia.

Tornando a valle diamo un passaggio ad una coppia di scialpinisti della svizzera settentrionale. Sono simpatici, chiacchierando un po’ con loro scopro la ragione della dimensione dei loro sacchi. Sono partiti in treno da casa facendo una traversata di tre giorni. Ora, sempre in treno, cambieranno valle per un’altra gita. Esprimo loro riconoscimento e stima per il bello stile con cui viaggiano e fanno alpinismo, mentre dentro di me il contagio è già avvenuto e con la mente frugo tra i miei progetti di scalate e viaggi, rivisitandoli in quest’ottica.

Come potrete immaginare, per il pranzo-merenda ci rechiamo al solito posto, quello di ieri e di domenica scorsa, sempre lui. Ormai la proprietaria ci conosce. Si informa sulla nostra attività scialpinistica e ci procura un tavolo nonostante il pienone pasquale.

Placata la fame resta da compiere il viaggio di rientro, accompagnato da discussioni interessanti e progetti avvincenti.

Il sole si è fatto un po’ desiderare. Mi dispiace per i miei soci che non hanno potuto godere appieno della selvaggia bellezza della valle. Personalmente mi sono divertito molto, è stata una bella esperienza e abbiamo fatto delle belle sciate. La prossima volta ci sarà il sole, speriamo che nessuno se ne lamenti!

Written by claus

13 aprile 2009 at 8:14 pm

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Giro del Cristallina

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3-4-5 Aprile 2009

Il parto di questa trasferta in terra elvetica è stato il culmine di un lungo travaglio per cercare, senza successo, di coinvolgere tutti. Per non prenderci troppo sul serio,andando a dormire dopo aver riempito lo zaino e programmato la sveglia ad orari preoccupanti, ci sistemiamo alla partenza della gita la sera prima. Non per arrivare in cima prima di tutti, ma per dormire due ore di più, naturalmente.

Abbiamo un programma di massima ideato in pochi minuti e sappiamo che le condizioni del tempo e della neve sono favorevoli. Tanto basta, per tutto il resto ci affideremo ad una buona pratica dello scialpinismo-a-vista. Questa volta l’appuntamento è qui a Como, per uno spuntino, che poi diventa un’abbuffata di quanto di meno digeribile il menù possa offrire, che a sua volta si trasforma in una piacevole serata, perchè in fondo la Val Bedretto è vicina e non c’è fretta di salire. Quando facciamo scorrere le chiusure zip dei nostri sacchi è decisamente notte.

All’alba la sveglia suonerà tanto precisa quanto invano; ci vorrà infatti una mezzora abbondante per trovare sufficiente motivazione a saltare in piedi. Una doverosa colazione ed una sistemata di rito agli zaini aprono le danze. Nell’inconfondibile fresco delle mattine di primavera, la giornata si preannuncia splendida. Con andatura scorrevole e godibile risaliamo la valle, ancora fredda e addormentata, coperta dalle ombre lunghe delle cime che la contornano. All’ampia sella del Passo di Valpiana, piacevolmente investiti dai raggi del sole, inauguriamo la lunga serie di togli e metti pelli, alcuni necessari, altri di semplice piacere. Una manciata di belle curve ci deposita sull’ampio pianoro glaciale sottostante; qui riprendiamo a salire fino a guadagnare il passo successivo. Solita trafila: spellare, chiudere gli scarponi, bloccare l’attacco e poi giù per una nuova bella sciata. Con un’altra ora abbondante di salita ci ritroviamo tutti insieme sulla sommità della Cima di Lago a godere della quinta di cime,valli e ghiacciai che ci avvolge tutto attorno. La discesa sarà di soddisfazione, su uno strato di neve farinosa appoggiata ad un fondo compatto e regolare.
L’ultima risalita della giornata ci consegna alle comodità della Capanna Cristallina, una bella architettura contemporanea, lontana anni luce dal kitsch e dalla falsità di tanti,troppi edifici montani. Un parallelipedo, rivestito in listelli di legno naturale, segnato da aperture regolari, che pare appena appoggiato alla montagna, poco sotto una panoramica cresta. Abbiamo tutto il pomeriggio per riposare e rilassarci. Il tempo così trascorso in rifugio, in compagnia, è un indubbio piacere.

Il mattino seguente, varcata la soglia del rifugio, siamo accolti da un cielo azzurro e una temperatura mite, che caricano gli animi e promettono una nuova bella giornata. Si parte in discesa, saliremo infatti alla Cristallina da Est, girandole attorno, per poi scendere dal più gettonato versante occidentale. Un po’ di polvere e un lenzuolo di neve liscia e intonsa ci fa scivolare verso l’appuntamento con gli altri due soci. Riunito il gruppo, rimontiamo un ripido canale, ancora in ombra e gelato; il sole ci attenderà pigramente solo al Passo di Narèt. Ero proprio curioso di affacciarmi su questa valle selvaggia, remota e poco frequentata. La discesa nel vallone sottostante merita la fatica di togliere ancora una volta le pelli. Niente male, qualche bel curvone sul ripido e poi sci dritti finchè l’attrazione gravitazionale lo consente.
Si riprende a salire ripidamente verso la nostra cima; nelle zone incassate l’aria è rovente,immota. Più su per fortuna arriva una leggera brezza a rinfrescarci. Fatto il più della salita, a separarci dalla cima, rimane ora una calvata in cresta che richiede un poco di attenzione. Ancora una volta ci ritroviamo in cima da soli per una piacevole mezz’ora di riposo. Nonostante siano zone piuttosto frequntate, soprattutto in primavera, siamo riusciti a muoverci sempre in solitudine.

Il pendio è sicuro, così, con qualche salto, scendiamo direttamente dalla vetta. La pendenza è sostenuta, la neve polverosa e ancora vergine. Un gran divertimento insomma. Dal rifugio proseguiamo la discesa lungo la Val Torta compiendo così un giro ad anello. Tratti di buona polvere si alternano alla neve primaverile su cui scivolare veloci con traiettorie larghe. Infine,dopo qualche acrobazia nel bosco, raggingiamo il bordo della strada di fondovalle. Per chiudere il cerchio ora non resta che recuperare il mezzo lasciato il giorno prima qualche chilometro più a monte.

Una trasferta così ben riuscita non può non chiudersi che con le gambe sotto al tavolo e un rösti al formaggio dentro al piatto, servito dalla cameriera teutonica dai modi un po’ spigolosi, che non ci risparmia nemmeno un veloce ripasso di fonetica tedesca.

Questa a grandi linee è la mia storia di un bel giro sugli sci. Potrei tediarvi con relazioni, dislivelli,tempi o difficoltà. Oppure dedicarmi al gossip, raccontandovi degli incontri fatti. Ma preferisco chiudere qui, dicendo semplicemente che ne sono proprio contento e ringraziando calorosamente per la compagnia la Giò, Fabio, Angelo, Tambo e Max.

Written by claus

6 aprile 2009 at 12:05 pm

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Climb now work later

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Giovedì 2 Aprile

Per il titolo prendo in prestito lo slogan di una nota marca di materiale d’oltre Manica;tradotto in italiano non avrebbe reso altrettanto bene.
La mattina sono impegnato, fuori piove, anche forte. La voglia d’arrampicare però è tanta, a scapito di quella di lavorare. Così parto, un poco perplesso,sotto una pioggia battente. Risalendo il lago il tempo migliora fino ad intravvedere addirittura un raggio di sole. Alla fine ne è uscito un pomeriggio piacevole alla falesia della Sirta in compagnia della Giò. L’arrampicata è esigente. Il finale di giornata è più o meno così: ultimo moschettonaggio di una via per me intensa, piove, l’avambraccio sinistro non è più buono nemmeno per mettere la corda nel moschettone. Il destro è poco meglio, ma deve strizzare una tacca da mezza falange. Di poco mi risparmio il volo con la corda in mano, spingendo anche con la forza del pensiero. Si rientra all’auto incappucciati sfornando alchimie meteorologiche per l’organizzazione del finesettimana. Dopo il vento, la neve, la pioggia, questo giro dovrebbe toccare al sole…
Va bene così, ho scalato e mi sono divertito. Un po’ di esperienza con pioggia e muschio tornerà utile non appena concretizzerò il viaggio sul gritstone.

Written by claus

2 aprile 2009 at 6:20 pm

Pubblicato su rampica