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Pizzo del Diavolo di Malgina

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Giovedì 28 Maggio 2009

In montagna, come nella vita di tutti i giorni, sono affascinato dalle cose – e dalle persone – particolari, naturalmente rare, fuori dai canoni.

Generalmente il mese di maggio, nell’attività scialpinistica, è dedicato alle cime dai nomi altisonanti e alle alte quote. Il selvaggio itinerario che conduce sulla vetta del Pizzo del Diavolo di Malgina è, in questo senso, davvero eccezionale.

Per poterlo percorrere in sicurezza si deve pazientare fino a primavera inoltrata, quando il lungo e lineare canale si presenta come un’unica enorme valanga, che precipita per 1400 metri, dal passo fin nel cuore dei pascoli al margine del bosco. Il contrasto fra la grande valanga ed i prati, che già offrono erba fresca alle vacche, è di grande suggestione. Affinché vi siano le migliori condizioni occorre poi che la natura abbia combinato sapientemente una moltitudine di ingredienti nelle corrette proporzioni. La neve abbondante, le pareti sgombre, l’assenza di detriti, il sole e il caldo per lisciare la superficie della neve, la temperatura giusta.

Corteggio questa strana salita dall’anno in cui iniziai a girovagare con sci e pelli, inesperto, ma col frenetico desiderio di esperienze e luoghi sempre nuovi. Come spesso accade, le migliori occasioni capitano a sorpresa, tanto inattese, quanto gradite. Sulla catena alpina ristagnano spesse nubi; a sud di essa, invece, splende il sole, nell’aria cristallina e fredda portata dal vento del nord il giorno prima. Per questo giovedì rubato al lavoro l’idea del canalone colpisce la mia immaginazione e vi si conficca con la precisione e la potenza di un coltello scagliato da un’esperto lanciatore. E’ una sensazione che ho imparato bene a conoscere questa; voglia di andare e vedere, irresistibile e coinvolgente curiosità.

Anche Giovanna si lascia convincere senza pensarci su troppo. Così, insieme a Guido, ci incontriamo dopo una dormita che è poco più di un riposo. All’imbocco della valle abbandoniamo l’auto e ci avviamo a piedi nel fitto del bosco, con sci e scarponi sugli zaini e gli sguardi ancora un po’ assonnati. Dopo la lunga camminata, il fronte della valanga si lascia scoprire solo all’ultimo, celato sin’ora alla vista dal folto intreccio di maròs.

Risaliremo tutto il canale con i ramponi ai piedi per via della neve ghiacciata. Il procedere è piacevole e spedito. Chiacchieriamo di un po’ di tutto, la temperatura è fresca, il panorama si apre sempre di più man mano che si sale. Arriviamo sulla vetta quasi senza accorgerci del notevole dislivello coperto, godendo del momento.E’ presto e non c’è fretta.

Calziamo gli sci pochi metri sotto la cima per una prima parte di discesa sostenuta ed entusiasmante. Nel canale il divertimento non è da meno, scivoliamo veloci al suo interno, lo vediamo dispiegarsi ai nostri piedi in tutta la sua lunghezza.

Finita la sciata recuperiamo le scarpette, togliamo un po’ di vestiti e riprendiamo il sentiero nella direzione opposta. Ogni fontana sul percorso è una sosta per bere e rinfrescarsi.

Sono proprio contento e anche i miei due compagni lo sono. Mi piace questa soddisfazione condivisa. Spendiamo il pomeriggio con lentezza, rilassati, come gatti d’estate.

Pizzo del Diavolo di Malgina Pizzo del Diavolo di Malgina Pizzo del Divolo di Malgina

Written by claus

1 giugno 2009 at 9:28 pm

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Arrampicare in Val d’Aosta

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23-24 Maggio 2009

Nella giornata, sin’ora, più calda dell’anno, pare che tutti abbiano voglia di neve. E di notti insonni.

“Val d’Aosta?”
“Ottimo, io non ho mai scalato là”
“Pilastro Lomasti e per domenica si vedrà?!”
“A me va bene, è nella lista dei progetti già da un po’”

Ecco combinata la trasferta in pochi minuti. Prua ad occidente ed un sole infuocato che ci insegue alle spalle, tagliamo il piano padano e poi su, ancora, fino alla strozzatura di Bard.

L’avvicinamento al pilastro è una bella passeggiata nel bosco di poco meno di un’ora, lungo una mulattiera in pietra, tenuta in perfetto ordine con la cura tipica di queste parti. La Giò è per la quarta volta alla base di questa estetica parete, per ben tre volte e per varie ragioni, non ha mai superato la seconda sosta della nostra “La rossa e il vampirla”. Per me invece è una zona del tutto inedita. Come inedita è la cordata.

La via accoglie il pretendente alla scalata con modi non proprio suadenti. Non manca però di riscattarsi nel prosieguo. La scalata diviene infatti entusiasmante, verticale ed esposta, in una danza continua e leggera fra cristalli, inaspettati e sorprendenti buchi, fessure e placche; autentico piacere in movimento. Conchetta, rémonta (da leggersi con cadenza spagnola, triplicando la R e la N) e non pensare allo spit! Sagge parole di mellisti navigati queste…

Salto di scena. Zaini di nuovo pieni , rifatti con quel disordine inspiegabile che fa capire senza alcun dubbio che ci apprestiamo a scendere. Prima però voglio raccontarvi due aneddoti di cordata che mi hanno fatto sorridere.

Le mie scarpe hanno 4 velcri. Nel breve frangente di tempo necessario a chiuderli, la mia compagna si è già assicurata, ha girato le corde, aperto le scarpette, messo nel freno le mie corde ed è pronta a farmi sicura sul tiro seguente.

“Molla!”. Tolte le nostre chiacchiere, battute e qualche imprecazione rivolta alla pietra, è questa l’unica parola strettamente necessaria al progredire. Così, recuperata la corda in eccesso, al suo primo tendersi lei parte. Decisamente meglio centrare i fori della piastrina al primo tentativo!

Sfilata l’ultima doppia è già tempo di pensare agli ozii del pomeriggio e della sera ed al programma per il giorno dopo. Ci laviamo nel torrente e cambiamo i vestiti. Un po’ di far nulla, quattro passi, una buona cena, ci traghettano a sera, con un sole restìo ad abbandonare il palcoscenico dell’orizzonte.

Siamo già in pole-position per la scalata dell’indomani. Fatico un po’ a prender sonno, ho un braccio ammaccato per un volo dall’atterraggio non proprio aggraziato.

Domenica facciamo le prove generali di cordata a tre, con Fabio che ci aveva raggiunti in versione centauro. Ci lanciamo su una lunga cavalcata in placca al Mont Charvatton, nella valle di Champorcher. Saliamo e scendiamo le 13 lunghezze della via molto velocemente, divertendoci, alla faccia dei malmostosi che snobbano la scalata in tre!

Pialstro Lomasti Pilastro Lomasti Mont Charvatton Mont Charvatton

Written by claus

26 maggio 2009 at 1:38 pm

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Presolana Centrale, via Bramani Ratti

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mercoledì 20 maggio 2009

Altro mercoledì, altra classica. In compagnia di Luca, è la volta della Bramani Ratti sulla Presolana centrale.

Giunto ormai a pochi minuti di marcia dall’attacco mi sono reso conto del grosso errore di percorso che commisi qualche anno fà durante un primo fallimentare tentativo. Allora partii deciso per il primo tiro, senza badare a proteggermi, pensando di incontrare difficoltà massime intorno al IV superiore, come da relazione. La realtà era diversa, le difficoltà ben maggiori e la roccia avara di buchi o fessure. Guidato dall’istinto di sopravvivenza mi ritrovai a martellare chiodi in posizioni precarie e assurde pur di garantirmi la possibilità di uscirne intero. Solo oggi mi sono reso conto di quanto fosse repulsiva quella parete lungo cui mi avventurai per sbaglio.
Durante le doppie ho anche ritrovato i chiodi e un cordone lasciati in quell’occasione.

Tornando ad oggi, la via è davvero splendida, divertente ed impegnativa. Entrambi siamo usciti in cima soddisfatti ed appagati.

Pizzo della Presolana Centrale
Spigolo SSW
V. Bramani e A. Ratti, 1943
TD V+ R2 300m

Written by claus

22 maggio 2009 at 8:47 pm

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Via Gandin al Torrione del Cinquantenario

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Mercoledì 13 Maggio 2009

In compagnia di Isabella e Luca eccomi di ritorno sulle torri della Grignetta. Da un po’ di tempo l’idea di scalare là non mi entusiasmava per nulla. Posso già anticiparvi che, di ritorno da questa magnifica via classica, ho riscoperto appieno il fascino di questa sorprendente montagna, terreno di gioco ed avventura di tanti giorni passati.

Saliamo tranquilli lungo il solito sentiero delle Foppe. Il sole si nasconde e riappare ripetutamente dal sipario di nuvole sottili e chiare. All’orizzonte i panorami di casa.

Le danze si aprono con una bella fessura, un po’ fredda ed ombrosa, e con quella sensazione di non essere i benvenuti, dovuta ai muscoli ancora freddi, alla suola delle scarpette ancora rigida, alle dita di mani e piedi non ancora perfettamente sintonizzate.

Un “ampio terrazzino vista lago” permette ai miei compagni di assicurarmi comodamente mentre affronto il bellissimo tiro seguente: breve e atletico strapiombo di VII+ , splendida placca di VI e ancora una fessura rovescia con passo di VII. Davvero bello…e che roccia!

Una sezione più semplice, ma su roccia da urlo, ci accompagna al tiro successivo: traverso esposto a sinistra, bel diedro fessurato e ancora un traverso geniale che rientra a destra in massima e spettacolare esposizione.

Un ultimo tratto strapiombante ed impegnativo ci regala la gioia della cima. E’ stata una salita entusiasmante. Linea superba e continua, roccia monolitica, verticalità, difficoltà mai elevate ma sempre impegnative, non un tiro brutto. E poi il silenzio e la solitudine che solo in mezzo alla settimana si possono trovare.Se non s’è capito sono proprio contento!

Scendiamo a terra velocemente con qualche doppia. Ci fermiamo a lungo, alla base del torrione, a chiacchierare, ognuno con le sue storie, con i suoi progetti. E di nuovo il sentiero per tornare all’auto e la consueta pizza prima di scendere in città.

Written by claus

15 maggio 2009 at 2:47 pm

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Importante è

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9-10 Maggio 2009

Nel pomeriggio di venerdì va di scena il solito rituale dell’organizzazione, fatto di idee, progetti, sorprese; di relazioni, e carte e previsioni del tempo, studiati in clandestinità fra un lavoro e l’altro.

Sabato mattina. Caos di corde, zaini, saluti, moschettoni, chiacchiere, sci, automobili. Ancora Val Màsino, per la precisione Valle di Sasso Bisolo, diretti alle placconate del Monte Piezza, una parete piuttosto defilata, solatìa e non molto frequentata, alta e di un bel granito rossastro, incastonata nel fianco dirupato della valle. Una ripida traccia fra boschi e gande ci deposita in seno alla parete. Senza saperlo, iniziamo a scalare una linea diversa da quella che vorremmo percorrere. L’impegno richiesto è maggiore del previsto e non tarderemo molto a capire di essere su un’altra via. Pazienza, saliamo comunque, incontrando qualche passaggio pericoloso e tratti su liscie placche che richiedono un poco di coraggio e decisione. La discesa in doppia, se alla cordata Fabio-Giò-Guido fila liscia, a me e Luca riserva spiacevoli inconvenienti, in verità già iniziati durante la salita. Un rinvio che si sfila lasciandomi sprotetto, una ghiera che non vuol più saperne d’aprirsi, un nodo galleggiante che si barrica in una fessura e non ha intenzione di uscirne, una doppia da risalire sotto la pioggia…

La merenda di fine gita e qualche battuta bastano a ridarmi l’ottimismo e il buon umore, a dispetto dei miei vestiti sporchi e bagnati. E poi una nuova bella serata assieme, i progetti per il giorno dopo, il calore e le risate.

Domenica mattina. La logistica è così complessa da mandare in confusione anche il più metodico dei cervelli. Per fortuna nessuno di noi è equipaggiato con tal modello di organo intellettivo; ridiamo del disordine che regna sovrano nei bagagliai e delle numerose soste. Zaini in spalla ci incamminiamo verso le baite di Corte Terza. L’aria umida e profumata di foglie nuove. Percorriamo la strada tra prato e larici già in vista del Precipizio di Strem, la nostra meta, un’elegante scoglio roccioso, un piccolo Capitain in questa valle meravigliosa e selvaggia. Purtroppo, giunti di fronte alla parete, col naso in sù e gli occhi appuntiti nello sforzo di coglierne ogni dettaglio, dobbiamo rinunciare a causa dell’acqua che, abbondante, scorre sulla roccia in sottili veli. Vagabondiamo per la valle in cerca di un’alternativa, ma niente sembra attirare nuovamente la nostra curiosità verticale.

Via impegnativa, via tranquilla, falesia… in un’alpinistica regressione di freudiana memoria, finiamo direttamente con le gambe sotto al tavolo a mangiare e bere. Dal tavolo alla base della più famosa cascata bregagliotta la strada è breve. Ed eccoci così, con le corde in spalla, a risalire il sentiero fino ai piedi del pilastro roccioso dove corrono diverse vie sportive. La scena è divertente. Siamo in otto sul fondo di uno stretto ed alto camino. C’è chi si imbraga, chi chiede permesso per passare, chi si lamenta, chi se la ride. Sembra di stare in tram alle 7.30 del mattino. “Scusi, lei attacca questa via?” “No, la prossima, prego.” “Se si sposta riesco a mettere l’imbrago, magari. E non mi pesti le corde!”.

Io parto per una via con Giò e Ginevra. Michele ed Efrem su un’altra via. Sabina, Fabio e Guido vanno in falesia a qualche chilometro da qui. Una diaspora insomma! Sulla via ci divertiamo e non manca nemmeno un po’ di ingaggio sul tiro ostico.

A sera ci ritroviamo ancora una volta tutti assieme. Sono stati due giorni pieni, mi pare di essere in giro da una settimana. Non mi stancherò mai di giorni così, apparentemente semplici, ma densi di sorprese, esperienze, parole e sorrisi da condividere ed assorbire.

Lisssss

foto in alto © Copyright Giovanna M.

Written by claus

12 maggio 2009 at 6:23 pm

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l’Italia che produce n.2 / Solitaria di primavera

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Mercoledì 6 Maggio 2009

Chissà come andrà il ritorno all’arrampicata senza compagni, dopo che per tantissimo tempo ho tenuta chiusa nel cassetto l’attrazione che questo tipo di scalata ha su di me? E chissà come starò da solo, alle prese coi lenti ritmi della progressione in solitaria, dopo mesi trascorsi sempre in ottima compagnia?

Non avevo miglior modo per trovare risposta ai miei dubbi che andando a sperimentare.

Fra le varie idee, cerco qualcosa che faccia al caso mio. Via di media difficoltà, protetta, raggiungibile con una piacevole camminata. La scelta ricade su un bel torrione calcareo, ribattezzato Bernardino Giuliana, sulla sponda orientale del Lario, proprio di fronte all’articolata parete Ovest del Grignone.

La mattina, in auto, percorro la strada meno diretta ma più interessante. Dalla Valsassina risalgo la lunghissima serie di tornanti che, con prospettive nuove verso i luoghi familiari, porta alle poche case di Ortanella.

Mi avvio a piedi, con lo zaino particolarmente pesante, lungo uno splendido sentiero. Il sole caldo e il carico mi fanno sudare non poco, per fortuna trovo facile distrazione nella bellezza di ciò che mi avvolge. Attraverso pascoli e magnifici fitti boschi di faggi. Seguo per un tratto il Sentiero del Viandante, transitando per l’alpe Lierna. Ci tornerò sicuramente per un giro a piedi in autunno, sarà un posto meraviglioso in quella stagione.

Al termine della camminata raggiungo la base della mia appartata parete. Solitudine completa. Mi cambio la maglietta, mangio dei biscotti, indosso l’imbrago e preparo le laboriose manovre di autosicura. Scalare in solitaria autoassicurata impone dei ritmi molto lenti. Si scala il tiro, si scende a sbloccare la corda e smontare la sosta, infine si risale recuperando il materiale. Impiego un po’ a uscire dal tiro di 6a+, non è difficile, ma non mi andrebbe proprio di volare.

Comunque fila tutto liscio. Ogni tanto mi godo il panorama. A volte impreco con la corda che s’incastra sul facile. Tutt’attorno è silenzio, non si sentono le solite parole di cordata, ma soltanto il tintinnare del materiale all’imbrago e il chiudersi dei moschettoni che fanno eco nel fondo del canale.

Terminate le doppie, infilo disordinatamente il materiale nello zaino e ripercorro, alla luce morbida del pomeriggio, il sentiero di rientro. Prima di raggiungere l’auto mi fermo un po’ a riposare su un comodo masso di calcare tra prato e sentiero. Dopo l’azione ho voglia di un po’ di tranquillità e contemplazione, di godere di quell’effimero stato di sospensione e appagamento che alimenta il nostro spirito e rende sereni.

Solitaria di primavera Solitaria di primavera Solitaria di primavera Solitaria di primavera

Written by claus

7 maggio 2009 at 6:16 pm

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a zonzo tra roccia e neve

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1-2-3 Maggio

Finesettimana lungo questo. Per il venerdì sono più pigro del solito, voglia di levatacce pressoché nulla, voglia di fatica molto poca. Combino così con Luca per un’arrampicata relax allo Zucco dell’Angelone. Decidiamo di salire la storica Condorpass, una via facile, ma con un’arrampicata varia, continua e divertente. Siamo due cordate e il caso vuole che entrambe siano composte da un Claudio e un Luca, vi lascio immaginare il caos nel comunicare!
Scesi giù non potevamo certo mancare l’appuntamento con la merenda al solito bar della funivia. Si ciondola ancora un po’ chiacchierando con nuove e vecchie conoscenze incontrate fra i tanti arrampicatori presenti, venuti a giocare su queste belle placche al sole sopra i prati della Valsassina. Soddisfatta la voglia quotidiana di scalata con qualche altro tiro in falesia, raggiungiamo “quelli del Medale”, provati ma vittoriosi, per organizzare il prosieguo del ponte.

Dopo aver risolto una serie di imprevisti rientro una corsa casa. Giusto il tempo di fare una doccia, mangiare un boccone e soprattutto recuperare sci e pelli. In meno di un’ora sono di nuovo in giro. Iperattività inguaribile! L’ospitalità della Giò mi risparmia di nuovo una sveglia che, questa volta, sarebbe davvero preoccupante.

Mi ritrovo comunque, ben prima che il sole si levi, a riempire faticosamente lo zaino, molto più addormentato che sveglio. Destinazione Pizzo Cassandra; con me ci sono Fabio, Giò, Claudia, Efrem e … accidenti non mi ricordo più! La neve è ancora abbondante fino in fondovalle, così si riescono a calzare da subito gli sci. La salita è piuttosto lunga, il tempo ottimo anche se a tratti tira un vento freddo da settentrione tutt’altro che piacevole. La discesa risentirà della gran quantità di neve nuova caduta in settimana: faticosissima ma senza croste traditrici. Per raggiungere il fondovalle sci ai piedi poi, la ravanata è d’obbligo. Prima fra il bosco e il torrente, poi direttamente nel torrente. Si, nel torrente! La piana di larici, dall’aspetto vagamente scandinavo, è solcata da due torrenti gonfi d’acqua di fusione. Ci verrà quasi spontaneo lanciarci nel guado con gli sci ai piedi, grattando con le lamine sui sassi, cercando di rimanere in equilibrio nella corrente d’acqua. Risate a non finire per questa inaspettata conclusione.

Trascorriamo il pomeriggio oziando, leggendo, chiacchierando. Mi stupisco del primo vero caldo. Mi pare di aver vissuto due stagioni nell’arco di una mattinata. Poche ore fa, chiuso nel mio piumino, lottavo contro il vento gelido per cercare di ricacciare le pelli nel sacco; ora, invece, ascolto accaldato i primi grilli della stagione cantare.
A cena divoro la mia abbondante dose di benefici carboidrati osservando silenzioso i miei due compagni. Incrocio alternativamente i loro sguardi, giocando a immaginare ciò che difficilmente la parola lascerebbe trasparire.

Per la domenica abbiamo un programma non troppo dettagliato: arrampicata poco stressante in Valmàsino e falesia al pomeriggio. La mattina ci prepariamo senza alcuna fretta, dopo la colazione organizziamo il materiale e sistemiamo ancora una volta gli zaini.
Mi lego per la prima volta in cordata con Fabio. Per questa mattinata arrampicatoria scegliamo una recente via di Ongaro al Pilastro dei Pesgunfi. Il cielo è assolutamente terso, come capita solo dopo una notte di forte vento da nord. La struttura ha una bella forma e la roccia è lo stesso ottimo granito a placche della Val di Mello. L’arrampicata è di soddisfazione, per nulla banale, fra aderenze delicate, equilibri da meditare, e ripetuti danzanti spostamenti fra conchette e cristalli. Non manca nemmeno un po’ di ingaggio fuori dai chiodi, con tanto di doverosa e liberatoria bestemmia una volta moschettonata l’agognata protezione.
Il resto della giornata trascorre pigramente fra le tante vie del Sasso Remenno e dintorni, insiemte al resto della nutrita e allegra compagnia. La solita birra di fine giornata al solito bar dei rampicanti della valle non basta a soddisfare la mia voglia di stare in giro. Una pizza con tutti ci sta alla perfezione. Così, mentre il traffico del rientro si smaltiva per permettermi un veloce ritorno a casa, ne è uscita un’altra bella serata con la compagnia di Giò, Fabio, Volpe, Ginevra, Michele e Lorenzo.

Percorro a ritroso la solita rotta fino a casa, dove riordino frettolosamente il materiale e mi addormento appagato. La mattina seguente non è più festa. Decisamente no. Ci sono i disegni, l’officina, il caos del cantiere. Ma questa è un’altra storia.

Written by claus

5 maggio 2009 at 9:23 pm

Pubblicato su rampica, scivola

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